Ci svegliamo ancora una volta furiosə.
Furiosə perché ogni giorno sembra portare con sé un nuovo pezzo di orrore. Furiosə perché ogni volta ci viene chiesto di osservare, commentare le atrocità che si susseguono e poi andare avanti, dimenticandocene.
Furiosə perché davanti all’ennesima tragedia dovremmo fingere come fanno i giornali la politica che si tratti di un fatto isolato, di una deviazione individuale, di una follia privata.
Un fucile da caccia.
Di cosa andava a caccia, davvero? Di cosa aveva paura?
Questa storia non nasce oggi. Non nasce nel momento in cui si preme un grilletto. Michelangelo ha scritto sui social “per mio padre meglio morto che gay”: tutto questo nasce nelle parole che diventano odio, nell’odio che diventa cultura, nella cultura che diventa violenza.
Nasce ogni volta che l’omolesbobitransfobia viene minimizzata, derubricata a opinione, trasformata in una semplice divergenza di vedute. Quando la parola omofobia non viene associata a questo crimine d’odio, perché è più facile non riconoscere il radicamento che l’odio ha nella nostra cultura.
Nasce ogni volta che qualcuno dice che le persone LGBTQIA+ ormai hanno tutti i diritti, possono persino curarsi, guidare, che vogliono di più?
Nasce ogni volta che qualcuno sostiene che il femminicidio non esiste, che la violenza maschile non esiste, che il patriarcato non esiste.
Nasce ogni volta che chi occupa ruoli istituzionali sceglie di crogiolarsi nella realtà e manipolarla a proprio interesse per alimentare la paura, l’odio, la violenza, l’individualismo, il razzismo. invece di decostruirla con azioni concrete.
Le parole, lo sappiamo bene, costruiscono immaginari. Le parole stabiliscono quali vite meritano rispetto e quali possono essere disumanizzate.
E quando per anni si alimenta l’idea che esistano persone sbagliate, famiglie sbagliate, identità sbagliate, desideri sbagliati, non ci si può stupire quando quell’odio trova uno sbocco materiale.
Eppure ancora una volta vediamo la stessa rimozione.
Si parla dell’arma.
Si parla del litigio.
Si parla del dramma familiare.
Ma la parola omofobia quasi scompare.
Non esistono casi isolati in una società che respira odio.
Non esistono casi isolati mentre, nei vari Pride che si susseguono questo mese, le persone vengono attaccate e aggredite durante i cortei.
Non esistono casi isolati mentre gruppi social con decine di migliaia di iscritti diffondono misoginia e violenza come se fossero opinioni legittime.
Non esistono casi isolati mentre lə compagnə trans continuano ad essere davanti all’indifferenza dello Stato.
Non esistono casi isolati mentre persone LGBTQIA+, donne, persone migranti, persone povere, persone con disabilità, continuano a essere trasformate in bersagli quotidiani del dibattito pubblico.
L’aria oggi in Italia è irrespirabile.
È un’aria pesante, tossica, satura di rancore, rabbia, violenza e di nostalgia autoritaria.
La troviamo nelle strade.
La troviamo sui social.
La troviamo nelle istituzioni.
La troviamo ogni volta che i diritti civili e sociali vengono trattati come concessioni o opinioni da salotto e non come principi inviolabili.
E nel frattempo accettiamo tutto.
Accettiamo che ci tolgano un pezzo di ossigeno alla volta.
Accettiamo l’avanzare della repressione.
Accettiamo che il dissenso venga criminalizzato.
Accettiamo che chi alza la voce venga lasciatə solə.
Accettiamo di assistere allo scivolamento continuo verso una società più autoritaria, più violenta, più diseguale, meno democratica.
Ma per quanto ancora?
Quanto ancora dovremo contare le morti?
Quanto ancora dovremo assistere alla trasformazione dell’odio in senso comune, normalizzandolo ogni giorni di più?
Quanto ancora dovremo sentirci dire che stiamo esagerando?
Noi non ci stiamo.
Da transfemministə sappiamo che la violenza non è mai un incidente della storia. È sempre il prodotto di rapporti di potere, di gerarchie, di culture che stabiliscono chi può vivere liberamente e chi invece deve essere correttə, nascostə, punitə.
Per questo non accetteremo il silenzio.
Non accetteremo la cancellazione dell’omofobia dal racconto di questa vicenda.
Non accetteremo che la violenza patriarcale venga ridotta a una tragedia privata.
Non accetteremo che chi alimenta odio continui a sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e culturali.
Tutto questo non si fermerà da solo.
L’odio non arretra da solo.
Le discriminazioni non arretrano da sole.
I fascismi non arretrano da soli.
Arretrano quando trovano persone disposte a opporsi.
Noi siamo quellə che si oppongono, noi lottiamo per cambiare direzione.
È il momento di cercarsi, riconoscersi, costruire legami.
Di stare accanto alle nostre sorelle, allə nostrə compagnə, alle nostre comunità.
Di rafforzare le reti transfemministe, queer e antifasciste nelle nostre città.
Trasformiamo la rabbia in alleanza, resistenza e sorellanza. Uniamoci insieme nella potenza della lotta collettiva.