Noi ci siamo riunite oggi per fare sentire la voce della resistenza, l’amore della vita e l’odio della morte.
Noi siamo contro la guerra e contro le aggressioni militari, una guerra oggi imposta al popolo iraniano dai governi USA e Israele, come essa è stata imposta in maniera sistematica ai popoli innocenti del “Medio Oriente”. Guardiamo la verità in faccia:
La guerra “giusta” e “mirata” non è altro che un mito vuoto per giustificare i crimini. Nessuna guerra è innocente. Nessuna bomba si chiede se la vittima è un bambino o un adulto, un uomo o una donna. Nella città di Minab, nel sud dell’Iran, dalle prime ore di questo attacco, delle bombe hanno distrutto una scuola primaria di bambine. Decine di bambini/e sono stati/e uccisi/e (le cifre parlano circa di 148 morti/e e più di 92 feriti/e), per la maggior parte bambini innocenti che sono andati a scuola per istruirsi.
Allo stesso tempo, noi non possiamo scordarci che il regime della Repubblica Islamica ha costruito, nel corso degli ultimi 47 anni, una storia sanguinante di repressione e massacri.
Un regime che, nel gennaio 2026 (Dey 1404), ha sparato su migliaia di manifestanti, riempito le prigioni e che oggi ancora, nel pieno della guerra, abbandona la popolazione senza protezione. Un regime che durante molti anni ha consacrato le ricchezze di un paese alla repressione, senza fare nulla per la sicurezza e il benessere del popolo.
In questa ondata di repressione, dozzine di bambini e adolescenti sono stati uccisi/e con violenza.
Non è altro che un esempio tra tanti altri di massacri continui della Repubblica Islamica contro la propria popolazione: dalle piazze di manifestazioni alle vie delle città, dai tiri diretti sulla folla alle esecuzioni di Stato di quelli e quelle che sono stati/e impiccati/e semplicemente per aver resistito all’ingiustizia.
Anche noi lo sappiamo:
I crimini dell’imperialismo e quelli del despotismo interno sono le due facce di uno stesso spettacolo mortifero.
Oggi le bombe cadono in Iran con il pretesto di “bersagli militari”. Non esiste una “buona guerra” nella guerra: ogni umano ammazzato è un mondo di amore e di sogni annientato.
Noi rifiutiamo queste due logiche di morte:
La logica imperialista che trasforma la regione in terreno di regolamenti di conti geopolitici, e la logica autoritaria interna che soffoca ogni voce amante della libertà.
Noi affermiamo chiaramente:
Il campismo non è una risposta a questa situazione. Considerare ogni forza come progressista solo perché è “antiamericana” è un tradimento verso i popoli. Il popolo iraniano non è ostaggio della rivalità “dei blocchi”. La libertà non si conquista scegliendo tra due forme di repressione. Noi non sventoliamo né la bandiera di Washington né quella del despotismo iraniano. Noi crediamo che l’emancipazione del popolo iraniano possa venire solo da esso stesso, dal basso, in linea con le lotte dei popoli della regione e del mondo.
Noi non siamo qui solo per piangere;
Noi siamo qui per gridare che la vita è preferibile alla guerra, che la giustizia deve vincere sull’oppressione e che la libertà deve essere nelle mani del popolo stesso. Essa non è in quelle dei militaristi o degli oppressori, essa non si trova nella scelta tra il peggiore e il meno peggio.
Oggi, con la morte di Ali Khamenei, molte persone in Iran hanno fatto un sospiro di sollievo, alcuni/e hanno addirittura espresso la propria gioia. E questa gioia non può essere tolta. Un popolo che ha vissuto decenni di repressione, di prigione, di esecuzioni, di povertà, di umiliazione ha il diritto di provare sollievo di fronte alla scomparsa di uno dei principali simboli di una struttura criminale.
Ma ci dobbiamo ricordare che la morte di un individuo non significa, da sola, la fine di un sistema repressivo, liberale, patriarcale e centralizzante. Essa non garantisce la libertà. Gheddafi è stato ucciso. Saddam Hussein è stato ucciso. Mubarak, Assad e migliaia di altri dittatori sono caduti, ma i sistemi di oppressione non sono caduti allo stesso modo.
Il futuro è incerto, il pericolo della riproduzione dell’autoritarismo, quello di un intervento militare, il rischio di contrattazioni tra potenze mondiali sulle sorti di un popolo rimane molto reale. Se vogliamo che questa incertezza sia spezzata a favore della libertà e della giustizia, dobbiamo adottare una posizione chiara e indipendente: non la guerra, non l’imperialismo, non il despotismo interno. È solo grazie all’organizzazione dal basso e alla solidarietà internazionale che possiamo strappare il futuro alle forze della morte e rimetterlo nelle mani del popolo. Se non vogliamo che questo momento sbocchi in una nuova riproduzione della violenza e del dominio, la nostra posizione non può essere ambigua.
No alla guerra.
No all’intervento imperialista.
No alla ricostruzione dell’autoritarismo, qualunque sia il suo travestimento.
Viva la solidarietà internazionale,
Viva la lotta costante contro l’imperialismo e il despotismo interno,
Fino a che tutti gli esseri umani vivano liberi, uguali e senza violenza.
Viva Donna, Vita, Libertà