Su Cornell University: anche nei luoghi del sapere, ci vogliamo vivə e liberə. 
Su Cornell University: anche nei luoghi del sapere, ci vogliamo vivə e liberə. 

Su Cornell University: anche nei luoghi del sapere, ci vogliamo vivə e liberə. 

Il 19 ottobre 2024 una studente di 20 anni dell‘università statunitense Cornell University è stata drogata e stuprata da sette membri della confraternita Chi Phi. Quella sera, la ragazza partecipa a una festa, beve degli alcolici e scrive a un amico per incontrarlo. Al suo arrivo nel dormitorio maschile, il ragazzo invia un messaggio sul gruppo Snapchat della confraternita. Non chiede aiuto, non offre cura ma scrive soltanto «Free pussy». 6 uomini del gruppo lo raggiungono mentre altri 50 uomini leggono il messaggio senza fare nulla. Nessuno chiede come e perché quel sesso sia «gratuito», nessuno chiede a chi appartenga quella «pussy», se sia cosciente, se stia bene. Per 7 ore, la ragazza viene costretta ad assumere alcolici e ketamina. Per 7 ore, viene violentata a turno dai suoi colleghi. 
A due anni di distanza, la ragazza ha intentato una causa civile contro l’università, accusandola di non averla adeguatamente difesa. Nel rapporto della polizia del campus si legge che l’uso di sostanze stupefacenti e la condotta sessuale della ragazza erano stati «volontari, consapevoli e consensuali». La sera dello stupro, la ragazza aveva parteciapto a una festa e bevuto alcolici: per questo, quindi, meritava di essere stuprata? Aver raggiunto un  amico valeva come “prova” di consenso a una violenza di gruppo? 
Dopo un’inchiesta interna gestita soltanto da uomini, due studenti sono stati espulsi mentre agli altri cinque sono state assegnate soltanto delle “punizioni”: partecipare a dei workshop obbligatori e scrivere un saggio sull’accaduto. A cinque studenti di una delle più prestigiose università dell’Ivy League viene chiesto di scrivere un paper: cioè, quello che sanno fare meglio. A giudicare quel paper sarà probabilmente la stessa commissione che aveva considerato «insufficienti» le prove portate dalla vittima. 
I criteri di questo test non sono stati divulgati. Come si valuta l’articolo di uno stupratore? La commissione correggerà la grammatica? I violentatori avranno usato le note a piè di pagina per raccontare come la tenevano ferma? Dopo lo stupro, la ragazza ha interrotto gli studi; dopo l’essay, i cinque studenti potranno proseguire la loro carriera. Qualcuno di loro potrebbe persino presentare il paper sullo stupro a un concorso: una pubblicazione in più nel curriculum. 
Pretendiamo una giustizia trasformativa, che metta al centro la responsabilità: di chi commette abusi, che deve rispondere delle proprie azioni con sanzioni proporzionate e impegni verificabili, e dell’istituzione, che deve rispondere delle proprie omissioni. L’università deve assumersi la responsabilità di cambiare le condizioni che rendono possibile la violenza. Negli ultimi decenni, l’accademia ha fatto finta di non essere uno spazio politico. Non schierandosi, ha continuato a riprodurre le stesse dinamiche di potere, dal baronato al classismo, dal razzismo al patriarcato. L’università è un luogo politico anche quando non vuole esserlo, anzi soprattutto quando finge di non esserlo, diventando il megafono di un’egemonia e di un sistema sempre più repressivo e violento contro le minoranze. Vogliamo un’università che si assuma le responsabilità delle proprie scelte e delle proprie non-scelte. Vogliamo un’università che ci tuteli non soltanto a lezione ma nella vita pubblica della comunità. 
Secondo il sondaggio ufficiale dell’università («Cornell Survey of Sexual Assault and Related Misconduct», 2025), il 35% delle studentesse undergraduate ha dichiarato di aver subìto contatti sessuali non consensuali durante gli studi, contro il 23% del 2023. Solo il 23% di chi ha subìto violenza si è rivolto a un servizio formale dell’università. Le procedure per denunciare gli abusi sono lente, insufficienti e incapaci di prevedere delle sanzioni adeguate per i responsabili.  Kate Manne, professoressa di filosofia alla Cornell University. ha dichiarato che la stessa università «punisce più severamente il plagio dello stupro». L’università patriarcale non produce cultura ma cultura dello stupro. Vogliamo che lo spazio in cui studiamo e lavoriamo sia uno spazio sicuro; anche nei luoghi del sapere, ci vogliamo vivə e liberə. 

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