Sei femminicidi in 4 giorni.
Sei femminicidi in 4 giorni.

Sei femminicidi in 4 giorni.

Sono passati 230 giorni dall’inizio dell’anno e, secondo i dati dell’Osservatorio di Non Una Di Meno, sono già 49 i femminicidi e 79 i tentati femminicidi registrati in Italia (dati aggiornati all’8 agosto).
Nelle ultime ore si sono aggiunti altri sei nomi a questa drammatica conta: Maria D’Alessandro, 75 anni, in provincia di Benevento; Ornella Forastefano, 46 anni, in provincia di Cosenza; Tania Terrin, 39 anni, in provincia di Venezia, Joanna Rouissi, 50 anni, Carmela Bifano, 72 anni, in provincia di Cosenza, Michela Rubiu, 47 anni, in provincia di Cagliari.

Mentre continuiamo a contare le donne uccise dai loro partner o ex partner, ci sentiamo ripetere che esageriamo; che siamo fanatiche femministe, misandriche, ossessionate dal patriarcato. Online leggiamo commenti sotto alle notizie di femminicidi che dicono “bisognerebbe vedere come trattano certi uomini”. Come se davanti a una donna uccisa fosse ancora e di nuovo sua la colpa, come se andasse trovata una motivazione logica che giustifichi l’atto violento, che l’attenui la violenza maschile, che deve sempre essere provocata da qualcosa di sbagliato nel nostro comportamento.

Ed è proprio per questo che diventa ancora più inquietante ciò che sta accadendo sul piano politico e culturale. Nell’estate in cui il partito di Vannacci esalta il cosiddetto “modello del patriarcato mediterraneo”, quella che potrebbe sembrare l’ennesima provocazione della destra più becera si rivela invece qualcosa di molto più serio: l’ennesimo campanello d’allarme di fronte a un problema che continuiamo a non voler affrontare. Un problema culturale e sociale enorme in un sistema che fatica, ancora oggi, a considerare le donne delle persone libere e che si ostina a considerare la loro autonomia un attentato alla virilità.

Ci dicono che il femminicidio non esiste. Che il patriarcato non esiste, che la soluzione è il ritorno a un modello popolato da uomini forti chiamati a proteggere le donne.
Proteggerle da chi poi?
Da altri uomini: un cortocircuito.

Non abbiamo bisogno di uomini che crescano considerando le donne (solo quelle della “propria cerchia”, oltretutto) creature da proteggere. Abbiamo bisogno di uomini educati a riconoscere le donne, tutte, come persone libere e autonome. La protezione, quando nasce dalla stessa presunzione di possesso, non mette in discussione nessun sistema di oppressione, nessuna violenza.

E dentro questa visione nasce anche l’idea dell’“uomo forte”: un uomo che deve dominare le proprie emozioni, reprimere le proprie fragilità, controllare le proprie passioni e assumersi il compito di proteggere le donne, continuando in realtà a difendere una società profondamente machista e patriarcale. Questo modello non risolve il problema della violenza, anzi lo alimenta solamente.
Insegnare ai maschi che devono essere forti, dominanti, impermeabili alle emozioni e incapaci di mostrarsi vulnerabili non significa educarli alla responsabilità. Significa, troppo spesso, insegnare loro a non riconoscere quello che provano, a non gestire la frustrazione, il rifiuto, la rabbia, la gelosia e il senso di possesso.

Noi non vogliamo essere proprietà da custodire. Non ci interessa passare dalla minaccia di un uomo alla protezione di un altro. Vogliamo poter dire no sapendo che quel no verrà rispettato. Vogliamo poter lasciare una relazione senza il rischio di morire ammazzate. Vogliamo la libertà di scegliere su di noi, sulla nostra vita e sui nostri corpi senza che sia un uomo a credere di avere il diritto di concederci o toglierci quella scelta. Vogliamo essere libere, non protette.

Ed è esattamente qui che dovremmo intervenire. Abbiamo veramente bisogno di investire in educazione sessuoaffettiva, che significa:

Educazione alle emozioni.
Educazione al consenso.
Educazione al rispetto dei corpi e dei confini altrui.
Educazione alle relazioni. Educazione alla sessualità.
Educazione alla gestione della rabbia, della frustrazione e del rifiuto.

E questa educazione deve iniziare presto, già dai primi anni di scuola. Perché se vogliamo davvero prevenire la violenza, dobbiamo smettere di intervenire soltanto quando la violenza è già esplosa. Dobbiamo cominciare molto prima: quando un bambino impara come si esprime un’emozione, come si affronta un conflitto, cosa significa rispettare un “no” e soprattutto che nessuna persona appartiene a qualcun altro.
La prevenzione non può essere soltanto uno slogan pronunciato dopo l’ennesimo femminicidio.
La prevenzione è un investimento culturale che comincia sui banchi di scuola. Ma è proprio questa educazione sessuo-affettiva che Roccella e Valditara continuano a osteggiare, bollandola come “indottrinamento gender”.

Inoltre la prevenzione culturale, da sola, non basta per chi oggi vive già dentro una relazione violenta. Perché prima ancora di poter dire “no” e vederlo rispettato, molte donne devono fare i conti con una domanda più brutale: se lo lascio, con che cosa vivo? Tra le donne che subiscono violenza economica, oltre la metà non ha un reddito personale e vive del mantenimento di familiari conviventi, una condizione che aggrava la dipendenza e riduce ulteriormente la possibilità di uscire dalla violenza. Secondo l’Ocse, il 22% delle donne italiane si trova in una condizione di dipendenza economica dal partner, e questo dato attiva potenzialmente la spirale della violenza. Non è un dettaglio: il tasso di occupazione femminile in Italia resta di circa 17 punti sotto quello maschile, e la maggioranza dei contratti part-time è occupata da donne, spesso non per scelta, ma per assenza di alternative. Restare con il partner violento, in queste condizioni, è spesso l’unica opzione economicamente sostenibile.

Ed è qui che il dibattito sul reddito di cittadinanza torna centrale, anche se raramente viene raccontato in relazione alla violenza di genere. Chi lavorava sul campo aveva riconosciuto al reddito di cittadinanza un ruolo importante nel recupero dell’autonomia economica di molte persone che avevano subito violenza, proprio perché offriva un sostegno al reddito indipendente nella prima fase, più delicata, del percorso di uscita. La sua abolizione e sostituzione con l’Assegno di Inclusione ha reso le cose più difficili: così come è disegnato oggi, l’Assegno di Inclusione di fatto esclude le molte donne che hanno subito violenza, perché obbliga ad aderire a un percorso di inclusione lavorativa senza considerare ostacoli e bisogni specifici di chi sta uscendo da una relazione violenta. C’è poi un cortocircuito quasi grottesco nel calcolo dell’ISEE, che in molti casi continua a comprendere anche il reddito dell’uomo violento da cui la donna sta cercando di allontanarsi.

Un reddito universale, incondizionato e slegato dal nucleo familiare non è solo una misura di giustizia sociale: per chi che deve decidere se restare o andarsene, può essere la differenza tra la libertà e la sopravvivenza forzata accanto al suo maltrattante.

E poi c’è la casa, che è forse il nodo più concreto e insieme il più ignorato. Una donna può aver trovato la forza di denunciare, aver fatto un percorso in un Centro antiviolenza, essersi allontanata da chi la maltrattava, per poi ritrovarsi bloccata perché non ha dove andare. Molte restano intrappolate in un’emergenza abitativa che si somma a quella della violenza, e in alcune Regioni sono passati anni prima che le delibere per riservare alloggi popolari a chi ha subito violenza domestica venissero effettivamente rese operative. Finché l’uscita da una relazione violenta resterà legata alla fortuna di vivere nella Regione o nel Comune giusto, non potremo dire di aver costruito un sistema di protezione serio.

Dopo ogni femminicidio, leggiamo dappertutto commenti come “perché lei non lo ha lasciato prima?” e, invece, non ci si chiede mai “perché lui era violento?” o “cosa poteva essere fatto per contrastare questa violenza?”. Continuiamo a farci le domande sbagliate.

Continuiamo a minimizzare i comportamenti aggressivi, vessatori, denigranti, minacciosi da parte degli uomini verso le donne.
Continuiamo a negare il fenomeno strutturale della violenza maschile sulle donne e di genere.
Continuiamo a colpevolizzare le donne quando prendono una decisione sulla propria vita. Continuiamo a considerare il femminicidio un gesto folle e non un delitto di potere.
E per questo, continuiamo a morire ammazzate.

2 commenti

  1. Caterina Manganelli

    Grazie per questa accurata e completa analisi del fenomeno drammatico della violenza e dei femminicidi. Spesso ci si limita ad osservarne alcuni aspetti ignorandone altri e non si riesce ad avere un quadro completo delle cause. Bravissime ragazze, essenziale il vostro contributo. Caterina

  2. Francesca

    Pienamente d’accordi .Come CPO toscana , di cui faccio parte , abbiamo redatto , con tutti gli operatori coinvolti nella lotta contro la violenza compreso magistrati e forze dell’ordine , un libro bianco con schede per attivare la formazione reciproca per i vari professionist ( e’ possibile consultarlo nella pagina della CPO regione toscana ) Nel .2027 partira’ la formazione .

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