GIUSTIZIA per Abderrahim Fakir. Sappiamo chi è Stato
GIUSTIZIA per Abderrahim Fakir. Sappiamo chi è Stato

GIUSTIZIA per Abderrahim Fakir. Sappiamo chi è Stato

Ieri eravamo in piazza a Genova, al corteo per il 25° anniversario del G8, quando è arrivata la notizia: uomo ucciso, ammanettato dalla polizia a Bologna, nel quartiere Pilastro.
In un istante, la memoria si è saldata al presente. Sul corteo è calato il peso dello sgomento, del silenzio, e subito dopo è montata la rabbia. A venticinque anni dall’omicidio, da parte delle Forze dell’ordine, di Carlo Giuliani, lo Stato continua a uccidere, spesso con la passività complice dei presidi sanitari, come in questo caso. Perché la Croce Rossa non sarebbe intervenuta né durante il fermo, mentre l’uomo urlava aiuto, né immediatamente dopo, quando ormai era troppo tardi, per provare a rianimarlo?
Non si tratta di casi isolati o di sfortunate coincidenze: dal 2001 al 2026, secondo l’inchiesta portata avanti dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno settanta le persone morte mentre erano sotto la custodia e nelle mani dello Stato. La stragrande maggioranza di questi omicidi viene sistematicamente archiviata come “morte naturale”, ascritta a ipotetiche patologie pregresse o a generici fattori esterni. Ma la realtà la conosciamo bene: sappiamo esattamente di chi sono le responsabilità. La fine di queste settanta vite è documentata da video, fotografie e bodycam dei poliziotti: non abbiamo bisogno di prove, ma di giustizia.  

 

Viviamo in uno Stato sempre più securitario e repressivo. Nelle nostre orecchie, è ancora viva l’eco di quella frase tristemente famosa: “Uno a zero per noi!”. Queste sono state le parole pronunciate da una funzionaria della polizia al telefono con un altro poliziotto, prima di aggiungere che dovevano morire “tutte quelle zecche”, non solo Carlo Giuliani. Nel 2026 non è cambiato quasi nulla. La cronaca recente parla chiaro: il dramma del Pilastro a Bologna, dove la custodia dello Stato si è trasformata ancora una volta in una condanna a morte.

E poi l‘omicidio di Rogoredo, dove un agente ha sparato e ucciso Abderrahim Mansouri.
Le chat dell’orrore emerse solo pochi giorni fa, con gruppi WhatsApp delle forze dell’ordine infarciti di odio razziale, violenza e incitamenti alla “caccia all’immigrato”.
A ventiquattro ore dai fatti, la Procura di Bologna ha già mostrato da che parte stia lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto Mod. 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume fin da subito una causa di giustificazione, come l’adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. È la prima applicazione in assoluto di questa norma. Per la morte di un uomo disarmato, bloccato a terra e ammanettato, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti e sanitari abbiano agito legittimamente.

 

Questa deriva autoritaria, fascista e razzista non riguarda solo gli apparati repressivi, ma penetra nel tessuto sociale, alimentata da una propaganda martellante che scatena una guerra tra poveri e accanisce l’odio contro i più fragili, contro chi non ha i mezzi per difendersi.  Fomentando odio e violenza di Stato, preparano misure che proteggano chi compie atti del genere, affinché l’odio rimanga impunito. Il governo si è infatti subito pronunciato così: “intervento condotto con professionalità e modalità consone al tipo di esigenza posta”. Una dichiarazione che alimenta sistematicamente i sentimenti razzisti, islamofobici e fascisti, che ha come obiettivo quello di abbassare ogni giorno di più il livello di accettabilità della violenza. Il meccanismo è lo stesso che abbiamo visto nella legittimazione del genocidio in Palestina, in Usa con l’uccisione di George Floyd e con l’avvallo delle azioni dell’ICE, fino all’Italia, a diversi gradi ma con obiettivi comuni. 

La società però non è solo questo. All’odio razzista e alla violenza di stato, rispondiamo oggi come 25 anni fa, e gridiamo con ancora più forza che un altro mondo è possibile e necessario. Questo sistema capitalista, patriarcale e guerrafondaio è alla canna del gas, arroccato in una bolla iper-nazionalista nutrita dalle politiche repressive del governo. C‘è la necessità viscerale di unirsi, esseri solidali e scendere in piazza.  Possono provare a blindare le città e a militarizzare i quartieri, ma non metteranno a tacere la nostra rabbia né la nostra memoria.

APPUNTAMENTO MARTEDì 21 LUGLIO ORE 19:00, PIAZZA DELLA STAZIONE, PISA.

Per Abderrahim Fakir, per tuttə.

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